Misgurnus anguillicaudatus (Cantor, 1842)
Il cobite di stagno orientale o pesce barometro o misgurno è un piccolo pesce di acqua dolce, appartenente alla famiglia dei Cobitidi. Raggiunge un peso di 10-11 grammi e una lunghezza è di circa 15-16 cm (massimo fino a 25 cm), con il maschio leggermente più grande della femmina. La colorazione varia dal marrone al giallo con striature verdastre, dal grigio-marrone al nero, con il ventre più chiaro.
Ha un corpo allungato e lateralmente compresso, la pinna pettorale è triangolare ed è facilmente riconoscibile grazie alla presenza di 5 paia di barbi intorno alla bocca e una pinna dorsale corta. Si differenzia dalle altre specie di Misgurnus per tre caratteristiche morfologiche: assenza di una sottile striscia dal bacino all’addome, presenza di macchie scure sul corpo, presenza di una macchia scura e un peduncolo crestato alla base della pinna caudale.
Teleostei
Cypriniformes
Cobitidae
Cobitis anguillicaudata Cantor, 1842
Oriental weatherfish
L’areale originario della specie è l’Asia orientale, lo si può infatti trovare in Corea, Cina, India, Thailandia, Vietnam, Laos, Siberia, Cambogia, Giappone e Taiwan.
A causa del suo diffuso commercio come pesce d’acquario, per acquacoltura e per la pesca è stato introdotto in diversi paesi del mondo, dove poi è riuscito a insediarsi in modo stabile. La specie è presente in Australia, negli Stati Uniti (in almeno 20 stati comprese le isole Hawaii), in Messico, in Brasile, a Palau, nelle Filippine, in Turkmenistan.
In Europa è presente in Germania (1994), nei Paesi Bassi, in Spagna, in Italia e, recentemente, è stata ritrovata anche in Francia.
Il primo rinvenimento in territorio italiano di Misgurnus anguillicaudatus risale al giugno 1997 in provincia di Pavia, in un corso d’acqua della rete irrigua. Dal pavese si è espanso nella parte più orientale del Piemonte e in seguito verso ovest risalendo i corsi d’acqua, Po e Sesia i principali, arrivando sino ai pressi della sorgente del Po, nel Parco del Monviso (2024). In generale, si ritiene la specie in piena fase espansiva su tutta l’area planiziale della regione Piemonte. In Lombardia si è espansa rapidamente in tutta la parte planiziale, con ritrovamenti lungo il corso principale dei fiumi Po, Ticino e Lambro oltre che nella rete irrigua minore di tutte le province meridionali della regione e di quella di Como.
In Pianura Padana trova un habitat ideale grazie alla presenza di risaie e di numerosi canali per l’irrigazione, oltre che a molti corsi d’acqua naturali, tutti con fondali prevalentemente fangosi.
M. anguillicaudatus risulta essere presente anche in Veneto, in Emilia-Romagna e, a partire dal 2018, nel Lazio.
La specie si trova facilmente in più habitat differenti, preferendo le aree con acqua stagnante o a lento scorrimento e fondale fangoso. Lo si può trovare in corsi d’acqua di varie dimensioni, da fiumi a fossati, ma anche in paludi e risaie, che usa come nursery, e altri ambienti con fango e terra morbida.
La riproduzione e la crescita degli avannotti avviene generalmente in acque basse, con temperatura maggiore di 20°C, substrato molle e ricche di vegetazione sommersa. La specie presenta una grandissima tolleranza alla temperatura dell’acqua (2-30°C) e tollera anche bassi livelli di qualità dell’acqua con poco ossigeno dissolto. Inoltre, la specie è in grado di respirare ossigeno atmosferico grazie alla presenza di un intestino nella parte posteriore del corpo. Questo gli permette di sopravvivere per brevi periodi al di fuori dell’acqua e, durante i periodi di siccità, di nascondersi nel fango.
La dieta del M. anguillicaudatus è onnivora e classicamente bentonica: si nutre di larve, lumache, vermi, ostracodi, cladoceri, uova di pesci, alghe e detriti.
Ha abitudini prettamente notturne, di giorno resta nascosta nel fango, mentre di notte esce per nutrirsi e accoppiarsi. Raggiunge rapidamente la maturità (per i maschi già al primo anno di vita) e, nell'areale naturale, la specie si riproduce molte volte da metà aprile fino a metà ottobre. La fecondazione è esterna. In media le uova deposte da una singola femmina sono 4000-8000 per evento riproduttivo. Le uova si schiudono entro 30 ore, dopodiché le larve si depositano sul fondo. È stata dimostrata anche la possibilità di ginogenesi, ovvero una riproduzione asessuata.
Le principali vie di introduzione di M. anguillicaudatus sono collegate al suo utilizzo commerciale in medicina o come alimento (anche come esca per la pesca). Inoltre, è molto apprezzato in acquariofilia.
All’origine della sua diffusione in Italia si potrebbe ipotizzare un’introduzione accidentale legata a tecniche di ripopolamento ittico con materiale di origine estera oppure alla liberazione volontaria da parte di acquariofili. Non è da escludere il prelievo di individui da popolazioni presenti sul territorio e il successivo spostamento in altre aree.
L’impatto più immediato è quello relativo alla predazione: dove la specie è presente, il numero di macroinvertebrati diminuisce, sottraendo risorse trofiche per le specie ittiche autoctone con caratteristiche bentoniche.
Il cobite di stagno orientale potrebbe trasmettere parassiti come i nematodi del genere Contracaecum, oppure la tenia Bothriocephalus acheilognathi e altri patogeni virali. Questi parassiti possono infettare altre specie di pesci, ma anche uccelli e mammiferi. Inoltre, la specie è portatrice del Birnavirus LV1, strettamente correlato al virus della necrosi pancreatica infettiva, che è mortale per i salmonidi.
La presenza di M. anguillicaudatus determina un aumento della torbidità dell’acqua e dei livelli di azoto, a causa delle sue escrezioni, ma anche al mescolamento del sedimento.
Nel caso dei nuclei già presenti sul territorio nazionale (Pianura Padana), considerati i grandi numeri e l’ampia distribuzione, l’eradicazione non è più possibile, quindi dovranno essere messe in atto attività di controllo come la cattura mediante elettropesca, reti o trappole (minnow traps, bertovelli).
In ambienti di limitata estensione ci si può avvalere anche della lotta biologica, attraverso l’introduzione di predatori autoctoni.
Tra le altre tecniche si cita il prosciugamento dei corpi idrici con eventuale posa di barriere per impedire la fuga degli individui e la ricolonizzazione dello specchio d’acqua sul quale si interviene o altri ad esso collegati. Tuttavia tali trattamenti hanno efficacia solo per interventi puntiformi su piccoli canali, lanche, stagni e cave (solitamente di superficie inferiore a 2 ha), ma risultano impraticabili su habitat più estesi e poco sostenibili ecologicamente se estesi ad ecosistemi naturali di pregio.
I dati sono rilasciati con licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0)
ISPRA. Sito specieinvasive.isprambiente.it